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Il mio sogno nel cassetto

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Come un po’ tutti ho un sogno nel cassetto. Lavorativamente parlando sono molto fortunato: faccio l’unico lavoro che ho sempre voluto fare, il giornalista. Ma nel cassetto c’è ancora qualcosa.

Alle 2 di notte della sera di Ferragosto, mentre cerco di tenermi sveglio in attesa della finale dei 100 metri, ho voglia di raccontarvelo.

Tra le cose che mi appassionavano di più quando ero ragazzo c’era lo sport. E quello volevo fare, il giornalista sportivo, mica politico. Comunque mi nutrivo, letteralmente, degli articoli della redazione sportiva di Repubblica: Gianni Clerici, Gianni Mura, Licia Granello, Gianni Brera, e via cantando. Mi ci sono proprio formato sulle pagine di Repubblica per certi versi.

E impazzivo per le cronache di Gianni Mura dal Tour de France, (Come mi facevano impazzire anche quelle di Giancarlo Dotto sul Messaggero). E il sogno nel cassetto non ancora realizzato? Beh, in questi giorni di Olimpiade il sogno nel cassetto è rispuntato:  fare l’inviato in una grande manifestazione sportiva. Essere ora a Rio per intenderci. O raccontare un Mondiale di Calcio. O un Tour de France. Insomma avete capito cosa intendo.

Mi rendo conto che è tutto un po’ diverso eh. Allora non c’era la copertura che c’è oggi su un evento come le Olimpiadi o come i mondiali, quindi raccontarli è molto diverso. Ma, vivere un qualcosa (una campagna elettorale itinerante, una manifestazione sportiva, un’Olimpiade, un tour, un giro) e poi raccontarlo sapendone trasferire sensazioni, atmosfere e notizie è il giornalismo allo stato puro.

Eh, raccontarle davanti ad una Tv può essere più comodo, ma non è la stessa cosa.