Quella di giovedì 12 gennaio è stata proprio una brutta giornata per chi spera che questo paese possa cambiare. Una doppia "mazzata" di quelle che non si scordano. La bocciatura dei quesiti referendari e lo stop della Camera alla richiesta di arresto dell'Onorevole Nicola Cosentino del PdL sono due vicende molto diverse, ma entrambe contribuiscono ad allargare lo "spread" tra l'opinione pubblica e la classe politica.
Certamente ci sono differenze enormi nel comportamento sia dei singoli deputati, sia dei singoli schieramenti. Ma, agli occhi dell'opinione pubblica, che non può andare troppo affondo ad ogni questione, queste differenze si schiacciano fino a sparire.
Nei bar, negli uffici e nei discorsi della famigerata "gente comune" c'è ormai una grande dicotomia tra il "governo Monti", quello dei tecnici, e quello che fa la politica, anzi i politici, "la casta" in Parlamento. Oggi, vedere l'esultanza del Parlamento è stato come tornare indietro di due mesi. Come una ferita che si riapre.
Diverso è il discorso della bocciatura dei referendum Noporcellum: si sapeva che i quesiti erano a rischio. Si sapeva che la corte avrebbe potuto bocciarli. E' accaduto, ed è accaduto senza che il diritto o la democrazia ne siano usciti in alcun modo incrinati. Ma purtroppo, anche per colpa di qualche suonatore stonato, questo voto della corte è vissuto da una parte dell'opinione pubblica come l'ennesimo tentativo di autotutela della "casta".
Ora, la politica ha il dovere di riscattarsi. C'è solo un partito che può ricucire lo strappo tra società civile e politica. E' il Partito Democratico. Il Pd deve assolutamente intestarsi la battaglia per il cambiamento di questa legge elettorale. Una legge brutta, a misura di casta, odiata da molti elettori, specialmente quelli democratici. Il Pd non deve lasciare nelle mani di Antonio Di Pietro la battaglia per il cambiamento della legge elettorale. Non può permettersi che il leader dell'IDV, con toni spesso fuori luogo, s'intesti questa battaglia in nome dei cittadini, contro la "casta", o contro la maggioranza "inciucista".
Pier Luigi Bersani si deve adoperare, sin da lunedì mattina, affinché il Parlamento cambi la legge elettorale. E' l'unica possibilità che la politica ha di recuperare un rapporto di fiducia con i suoi elettori. Sono mesi che sentiamo ripetere, come un mantra, le solite ricette per "ammodernare" il sistema paese: riforma dei regolamenti parlamentari, cambio della legge elettorale, dimezzamento del numero dei parlamentari, eliminare il bicameralismo perfetto.
Il Pd deve essere il motore di questo cambiamento, di queste riforme. Perché, se ancora una volta, la politica tradirà quanto ripetuto da anni agli elettori, venendo meno a queste poche riforme, la tenuta democratica di questo paese potrebbe venirne seriamente segnata. I cittadini potrebbero decidere di "scaricare" non solo i partiti politici, ma la politica tout court, inseguendo pericolose scorciatoie.
Il Pd ricordi le file che hanno invaso le varie feste democratiche quest'estate. Erano piene di elettori di centrosinistra e semplici cittadini che volevano partecipare ad una piccola battaglia di libertà per il proprio paese, liberandolo da una legge elettorale che non gli permette di scegliere i propri rappresentanti.
Il Pd deve farsi carico oggi della delusione di quel milione di italiani le cui speranze sono state oggi frustrate. Impugnando quella bandiera, sfilandola dalle mani dei demagoghi alla Di Pietro, il Pd potrà costruire una parte importante del proprio consenso per le elezioni del 2013. Diversamente, in caso di ulteriori esitazioni, subirà un doppio attacco che potrebbe rivelarsi mortale: la demagogia di Di Pietro e il populismo di Grillo a "sinistra", il rassemblement del nuovo centrodestra, senza Berlusconi, dall'altro lato dello schieramento politico.

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