mercoledì 1 giugno 2011

Le amministrative hanno decretato la fine del partito pesante.




Sì, ha perso Silvio Berlusconi. E si, ha vinto la sinistra. Sì è vero: ha anche perso la Lega Nord, finora sempre in crescita. 
Ma la tornata delle amministrative ha fatto un'altra vittime illustre, oltre al cavaliere (ma attenti a darlo per "morto". Ricordate la nostra copertina che suscitò tante polemiche? Non muore mai, titolammo). Stiamo parlando dei partiti. Della forma partito. Del partito politico come abbiamo imparato a conoscerlo
Molti di voi sorrideranno, pensando che non è una gran novità. E invece, per una buona fetta di coloro che intorno alla politica ci vivono, questa affermazione, piuttosto qualunquistica e scontata, rappresenta una vera e propria rivoluzione. Della quale, molto probabimente, non vorranno prendere atto. 
Il primo dato di cui bisogna prendere atto è che in politica la leadership è importante. Anzi, è essenziale. Arriviamo a dire che nel 2011 senza leadership non c'è politica. Non è altrimente pensabile spiegare la vittoria di De Magistris a Napoli. Come non lo erano altrimenti quelle di Vendola in Puglia o anche di Obama negli Stati Uniti. Purtroppo, come scrive bene Claudio Cerasa sul Foglio, ai vertici del Pd questo assunto non è visto di buon occhio. Nonostante a noi paia che i risultati dimostrino esattamente il contrario. E' impensabile oggi ipotizzare un partito senza una forte Leadership. E la storia del PCI, lo insegna. 
Pensare di riportare indietro la macchina del tempo, alla prima repubblica, eliminando tout court il bipolarismo, e tornando alle alleanze variabili congeniate all'interno delle segrete stanze delle segreterie, utilizzando la leadership come moneta di scambio in una trattativa, è assolutamente fuori da ogni mondo. 
Secondo dato di cui prendere atto: le candidature non possono essere decise dall'alto. Queste elezioni hanno dimostato che non possono essere i vertici di un partito a decidere un candidato. Basta guardare al disastro a cui è andato in contro il centrodestra, applicando questo modello. Ovunque abbia fatto le primarie, il centrosinistra ha vinto: Torino, Bologna, Milano, Cagliari. Le leadership vincenti, quindi, oltre ad essere forti e connotate sono costruite con il territorio. Non è un caso se tutto il centrodestra oggi parli di adottare le primarie per scegliere i candidati. Le primarie, il rapporto con la società civile devono diventare la forza di un partito moderno. 
Quanto accaduto per le amministrative, in questo senso, deve essere un monito per il Partito Democratico.Riempire le liste delle prossime elezioni politiche di candidati selezionati dai vertici nazionali e calati dall'alto può essere un errore decisivo
Terza cosa da appuntarsi: il partito non è una caserma e nel 2011, avere idee diverse su alcuni temi è più che leggittimo. La storia del Popolo della Libertà in questo è paradigmatica. Purtroppo anche nel Pd si sentono ogni tanto degli accenti di veccha memoria, che indicano una strada come quella della verità assoluta. Nel terzo millenio, come poi il Pd aveva indicato originariamente, è necessario concepire il cosiddetto "partito tendone". Cioè un partito che raccolga posizione diverse, soprattutto sulle questioni etiche, nel rispetto di tutti. Dal confronto interno, mediato proprio dalla primarie e dalle relative leadership, le diverse piattaforme politiche si confrontano e poi vengono selezionate. 
L'apertura alla società civile e al direttismo. Le primarie, quindi, sono le vere trionfatirice di questa tornata elettorale. Talmente vincitricie che ormai anche tutto il centrodestra, da Giuliano Ferrara a Formigoni, le invocano a gran voce. E sarebbe veramente paradossale che fosse il Pd, che per primo le ha scelte come suo elemento distintivo, a cancellarle o a riformarle depotenziandole. 
Quindi è vincente un partito, non partito. Un partito che non sia più un moloch inespugnabile, ma un partito aperto, contendibile, leggero. Oseremmo dire, liquido

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