La ragazza che sale sul Palco per fare la domanda a Brunetta e che il ministro neanche fa parlare dopo aver sentito "Faccio parte della rete dei precari" si chiama Maurizia, è una madre di due bambini, e la sua azienda l'ha licenziata, unilateralmente, dopo anni e anni di contratti precari nella sua azienda.
La sua storia l'avevo raccontata qualche giorno fa sul sito del Fatoquotidiano.
Ecco l'articolo, in versione "estesa".
“Mia figlia che ora mi vede sempre a casa mi ha chiesto se
avevo smesso di aiutare gli immigrati. Le ho risposto che mamma stava cercando
un posto di lavoro che le piacesse di più, dove poter continuare a fare
qualcosa per loro”
Maurizia ha 38 anni, una famiglia allargata composta da un
marito e da tre figli, e all’inizio del mese di aprile si è vista recapitare a
casa una lettera di licenziamento da parte di Italia Lavoro, dopo 6 anni di
contratti precari.
Licenziata con una raccomandata, reintegrata con un sms. E’ la storia assurda, ma reale, di Maurizia e di alcuni dipendenti di Italia Lavoro, che, licenziati alcune settimane fa, hanno parzialmente risolto i loro problemi. E’ una battaglia che li vede ancora in campo per chiedere giustizia, trasparenza nelle assunzioni e rispetto per le loro professionalità. Per questo motivo hanno dato vita al comitato “Mission tradite”, che testimonia l'utilizzo del precariato all’interno di strutture pubbliche e delle aziende "in house" dei ministeri e delle regioni.
Licenziata con una raccomandata, reintegrata con un sms. E’ la storia assurda, ma reale, di Maurizia e di alcuni dipendenti di Italia Lavoro, che, licenziati alcune settimane fa, hanno parzialmente risolto i loro problemi. E’ una battaglia che li vede ancora in campo per chiedere giustizia, trasparenza nelle assunzioni e rispetto per le loro professionalità. Per questo motivo hanno dato vita al comitato “Mission tradite”, che testimonia l'utilizzo del precariato all’interno di strutture pubbliche e delle aziende "in house" dei ministeri e delle regioni.
La stessa lettera giunta a Maurizia è arrivata ad altri 16
colleghi, tra cui Katia, arrivata all’ottavo mese di gravidanza. A suo marito,
Bruno, il contratto non era stato rinnovato alla fine del mese di gennaio, così
come ad un’altra decina di colleghi. La solita storia di precariato in Italia?
Assolutamente no.
Innanzitutto perché Italia Lavoro nasce per aiutare i
lavoratori più deboli: gli immigrati, per esempio. Il suo obiettivo è la “promozione
e la gestione di azioni nel campo delle politiche del lavoro, dell'occupazione
e dell'inclusione sociale”. E’
partecipata totalmente dallo stato, dal ministero dell’economia, ed è sotto il
braccio operativo del ministero del Welfare. In apparenza non esiste nessun
posto migliore per esercitare la propria professione nella tranquillità che i
propri diritti vengano rispettati e la propria professionalità
soddisfatta.
Ebbene, nell’Italia degli anni 2000 è esattamente il contrario.
Lo scorso autunno il governo Berlusconi approva il collegato
lavoro. All’interno di questo provvedimento c’è un articolo pensato per
azzerare i diritti di migliaia di precari della pubblica amministrazione.
La Legge
numero 183/2010 aveva inserito nuovi limiti stringenti per l’impugnazione
dei licenziamenti dei contratti a termine e in genere dei contratti
precari. Un termine capestro di 60
giorni che riguardava tutte le tipologie di lavoro precario. Non solo, il provvedimento imponeva lo stesso
termine di sessanta giorni anche per l’impugnazione dei contratti a termine e
in somministrazione conclusi prima dell’entrata in vigore della legge.
Quindi, essendo la legge entrata in vigore il 24 novembre, si aveva tempo
fino al 23 gennaio 2011 per impugnare i contratti di lavoro che si ritenevano
illegittimi.
Insomma Maurizia, Bruno e gli
altri lavoratori, per non veder tramontare i diritti acquisiti con il loro
lavoro parasubordinato (ma che camuffava invece un vero e proprio rapporto di
dipendenza), si sono limitati, come consigliato dai sindacati, a mandare una
lettera al datore di lavoro per tutelarsi. Uno stratagemma legale per aggirare
il termine dei 60 giorni.
Quel provvedimento, però, dopo un
fuoco di sbarramento portato avanti da sindacati e opposizioni è stato rinviato
di un anno con il decreto mille proroghe.
Tutto finito, quindi? Per i dipendenti si, per Italia Lavoro
no. Tutti i lavoratori che avevano deciso di tutelarsi si sono trovati fuori
dall’impresa.
“Per paura di ritorsioni – spiega Bruno – abbiamo aspettato
fino all’ultimo momento per mandare la lettera”. Poi il 21 gennaio, a due
giorni dalla scadenza del termine fissato dalla legge, abbiamo deciso di
tutelare i nostri diritti”.
E, inesorabile, è scattata la rappresaglia. Prima nei
confronti di chi aveva il contratto in scadenza, come Bruno, a cui, dopo 6-7 anni di lavoro, non è stato
rinnovato. Poi, nei confronti di chi un contratto in essere lo aveva, come
Maurizia, che ha ricevuto una raccomandata che le comunicava la rescissione
dell’accordo con tanto di licenziamento in tronco.
Da lì è iniziata la battaglia. I lavoratori hanno deciso di
dar vita ad un collettivo, il “comitato dei licenziati e licenziati”,
raccontando la loro storia su un blog: italiasenzalavoro.blogspot.com
Alla fine di aprile decidono, con l’appoggio della Nidil e
Fisac CGIL, di manifestare davanti alla sede della loro azienda. Senza
risultati. Decidono allora di andare al Cnel, dove proprio quel pomeriggio è
atteso il ministro Sacconi.
Interrompono il ministro che sta per prendere la parola.
Marzia, con la sua pancia di quasi otto mesi, racconta davanti a tutti l’ingiustizia
di cui lei e i suoi colleghi sono vittime. Sacconi mastica amaro. E’
evidentemente seccato, ma ascolta tutto il racconto di Marzia. Il ministro li
accusa di disinformazione, di aver fatto passare l’idea che si stessero ma
facendo dei licenziamenti illegittimi.
Comunque il giorno dopo, tramite le agenzie, Sacconi auspica
un incontro tra sindacati e vertici di Italia Lavoro. E arriva la prima buona
notizia, la prima significativa vittoria. I diciassette lavorati a cui era
stato rescisso il contratto vengono reintegrati. Ovviamente con il loro bel
contratto precario, con tanto di data di scadenza a novembre 2011. E, visto il
contenzioso, con poche speranze di ottenere un altro rinnovo.
Ovviamente il tutto non è avvenuto in maniera indolore. Al tavolo con il
sindacato si era parlato di un reintegro senza condizioni, ma l’azienda si è
comportata diversamente. I lavoratori sono stati convocati uno ad uno per
sottoscrivere una lettera di reintegro in cui veniva richiesto di riconoscere la
natura giuridica della collaborazione del contratto in essere. Insomma,
un reintegro senza condizioni, si stava trasformando in un nuovo out-out. I
sindacati e gli avvocati hanno consigliato ai lavoratori di firmare la lettera
per ricevuta con riserva dei propri diritti sulla natura giuridica del
contratto, cosa che, eventualmente, dovrà essere discussa nelle sedi
competenti.
Dopo aver raggiunto questo primo obiettivo il comitato non
si arrende. Chiedono trasparenza nella logica delle assunzioni, un piano di
stabilizzazione con regole certe, ovviamente nel rispetto del patto di
stabilità. Il reintegro degli altri lavoratori non rinnovati e la creazione di
un bacino di prelazione per chi ha già
lavorato ad Italia Lavoro.
Nella particolarità di questa storia, la vicenda di Maurizia
è ancora più complessa e paradigmatica dell’approssimazione con cui si è agito.
Due lauree, un master, Maurizia parla svariate lingue
straniere, tra cui l’arabo. Non un dato trascurabile per chi lavora nell’area
della immigrazione e mobilità internazionale. Maurizia, inoltre, dopo vari anni
da precaria ha partecipato ad una cosiddetta un concorso. Siamo a giugno 2010.
Partecipa e vince. Finalmente il tanto sospirato posto fisso sembra a portata
di mano. Poi la doccia gelata. Arriva la convocazione del capo delle risorse
umane,che le comunica che la sua vittoria è cancellata. Infatti, il decreto
stabilità del 31 maggio 2010 sospende le assunzioni nel settore pubblico. Per “risarcirla”
quindi, a novembre, alla scadenza dell’ennesimo contratto atipico, le offrono
un rinnovo.
Insomma Maurizia in un meno di un anno passa dalla vittoria
di un concorso al licenziamento in tronco. “Io ho mandato quella lettera
proprio per tutelare la mia vittoria. Non potevo gettare tutto a mare.” Anche perché,
dopo l’annullamento del suo concorso, almeno altre due persone sono state
assunte a tempo indeterminato.
“Inoltre – ci racconta – io nella mia lettera di gennaio non
avevo impugnato il contratto in corso, ma solo quelli precedenti, quindi il mio
licenziamento era del tutto illegittimo, tanto che si sono scusati quando mi
hanno chiesto di firmare la lettera di rientro”.
In questa Italia sembra che siano sempre i più deboli a
pagare. Sono i lavoratori atipici che pagano l’arroganza della politica, sono i
lavoratori immigrati già in difficoltà a subire i disservizi derivanti da un
atto di ritorsione di una società che avrebbe come “mission” quella di
aiutarli, e sono i contribuenti italiani a pagare per i disservizi di
Italia(senza)lavoro.
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