mercoledì 15 giugno 2011

Brunetta insulta i precari (e quasi li investe)

Tra qualche anno rivedremo il video di Brunetta che insulta i precari della pubblica amministrazione e quasi li investe e penseremo a questo filmato come uno dei momenti di svolta della situazione del precariato in Italia.




La ragazza che sale sul Palco per fare la domanda a Brunetta e che il ministro neanche fa parlare dopo aver sentito "Faccio parte della rete dei precari" si chiama Maurizia, è una madre di due bambini, e la sua azienda l'ha licenziata, unilateralmente, dopo anni e anni di contratti precari nella sua azienda.

La sua storia l'avevo raccontata qualche giorno fa sul sito del Fatoquotidiano.

Ecco l'articolo, in versione "estesa".


“Mia figlia che ora mi vede sempre a casa mi ha chiesto se avevo smesso di aiutare gli immigrati. Le ho risposto che mamma stava cercando un posto di lavoro che le piacesse di più, dove poter continuare a fare qualcosa per loro”
Maurizia ha 38 anni, una famiglia allargata composta da un marito e da tre figli, e all’inizio del mese di aprile si è vista recapitare a casa una lettera di licenziamento da parte di Italia Lavoro, dopo 6 anni di contratti precari.

Licenziata con una raccomandata, reintegrata con un sms. E’ la storia assurda, ma reale, di Maurizia e di alcuni dipendenti di Italia Lavoro, che, licenziati alcune settimane fa, hanno parzialmente risolto i loro problemi. E’ una battaglia che li vede ancora in campo per chiedere giustizia, trasparenza nelle assunzioni e rispetto per le loro professionalità.  Per questo motivo hanno dato vita al comitato “Mission tradite”, che testimonia l'utilizzo del precariato all’interno di strutture pubbliche e delle aziende "in house" dei ministeri e delle regioni.
La stessa lettera giunta a Maurizia è arrivata ad altri 16 colleghi, tra cui Katia, arrivata all’ottavo mese di gravidanza. A suo marito, Bruno, il contratto non era stato rinnovato alla fine del mese di gennaio, così come ad un’altra decina di colleghi. La solita storia di precariato in Italia? Assolutamente no.
Innanzitutto perché Italia Lavoro nasce per aiutare i lavoratori più deboli: gli immigrati, per esempio. Il suo obiettivo è la “promozione e la gestione di azioni nel campo delle politiche del lavoro, dell'occupazione e dell'inclusione sociale”.  E’ partecipata totalmente dallo stato, dal ministero dell’economia, ed è sotto il braccio operativo del ministero del Welfare. In apparenza non esiste nessun posto migliore per esercitare la propria professione nella tranquillità che i propri diritti vengano rispettati e la propria professionalità soddisfatta. 
Ebbene, nell’Italia degli anni 2000  è esattamente il contrario.
Lo scorso autunno il governo Berlusconi approva il collegato lavoro. All’interno di questo provvedimento c’è un articolo pensato per azzerare i diritti di migliaia di precari della pubblica amministrazione.
La Legge numero 183/2010 aveva inserito nuovi limiti stringenti per l’impugnazione dei licenziamenti dei contratti a termine e in genere dei contratti precari.  Un termine capestro di 60 giorni che riguardava tutte le tipologie di lavoro precario.  Non solo, il provvedimento imponeva lo stesso termine di sessanta giorni anche per l’impugnazione dei contratti a termine e in somministrazione conclusi prima dell’entrata in vigore della legge. Quindi, essendo la legge entrata in vigore il 24 novembre, si aveva tempo fino al 23 gennaio 2011 per impugnare i contratti di lavoro che si ritenevano illegittimi.
Insomma Maurizia, Bruno e gli altri lavoratori, per non veder tramontare i diritti acquisiti con il loro lavoro parasubordinato (ma che camuffava invece un vero e proprio rapporto di dipendenza), si sono limitati, come consigliato dai sindacati, a mandare una lettera al datore di lavoro per tutelarsi. Uno stratagemma legale per aggirare il termine dei 60 giorni.
Quel provvedimento, però, dopo un fuoco di sbarramento portato avanti da sindacati e opposizioni è stato rinviato di un anno con il decreto mille proroghe.
Tutto finito, quindi? Per i dipendenti si, per Italia Lavoro no. Tutti i lavoratori che avevano deciso di tutelarsi si sono trovati fuori dall’impresa.
“Per paura di ritorsioni – spiega Bruno – abbiamo aspettato fino all’ultimo momento per mandare la lettera”. Poi il 21 gennaio, a due giorni dalla scadenza del termine fissato dalla legge, abbiamo deciso di tutelare i nostri diritti”.
E, inesorabile, è scattata la rappresaglia. Prima nei confronti di chi aveva il contratto in scadenza, come Bruno,  a cui, dopo 6-7 anni di lavoro, non è stato rinnovato. Poi, nei confronti di chi un contratto in essere lo aveva, come Maurizia, che ha ricevuto una raccomandata che le comunicava la rescissione dell’accordo con tanto di licenziamento in tronco.
Da lì è iniziata la battaglia. I lavoratori hanno deciso di dar vita ad un collettivo, il “comitato dei licenziati e licenziati”, raccontando la loro storia su un blog: italiasenzalavoro.blogspot.com
Alla fine di aprile decidono, con l’appoggio della Nidil e Fisac CGIL, di manifestare davanti alla sede della loro azienda. Senza risultati. Decidono allora di andare al Cnel, dove proprio quel pomeriggio è atteso il ministro Sacconi.
Interrompono il ministro che sta per prendere la parola. Marzia, con la sua pancia di quasi otto mesi, racconta davanti a tutti l’ingiustizia di cui lei e i suoi colleghi sono vittime. Sacconi mastica amaro. E’ evidentemente seccato, ma ascolta tutto il racconto di Marzia. Il ministro li accusa di disinformazione, di aver fatto passare l’idea che si stessero ma facendo dei licenziamenti illegittimi.


Comunque il giorno dopo, tramite le agenzie, Sacconi auspica un incontro tra sindacati e vertici di Italia Lavoro. E arriva la prima buona notizia, la prima significativa vittoria. I diciassette lavorati a cui era stato rescisso il contratto vengono reintegrati. Ovviamente con il loro bel contratto precario, con tanto di data di scadenza a novembre 2011. E, visto il contenzioso, con poche speranze di ottenere un altro rinnovo. 
Ovviamente il tutto non è avvenuto in  maniera indolore. Al tavolo con il sindacato si era parlato di un reintegro senza condizioni, ma l’azienda si è comportata diversamente. I lavoratori sono stati convocati uno ad uno per sottoscrivere una lettera di reintegro in cui veniva richiesto di riconoscere la natura giuridica della collaborazione del contratto in essere. Insomma, un reintegro senza condizioni, si stava trasformando in un nuovo out-out. I sindacati e gli avvocati hanno consigliato ai lavoratori di firmare la lettera per ricevuta con riserva dei propri diritti sulla natura giuridica del contratto, cosa che, eventualmente, dovrà essere discussa nelle sedi competenti.
Dopo aver raggiunto questo primo obiettivo il comitato non si arrende. Chiedono trasparenza nella logica delle assunzioni, un piano di stabilizzazione con regole certe, ovviamente nel rispetto del patto di stabilità. Il reintegro degli altri lavoratori non rinnovati e la creazione di un bacino di prelazione  per chi ha già lavorato ad Italia Lavoro.
Nella particolarità di questa storia, la vicenda di Maurizia è ancora più complessa e paradigmatica dell’approssimazione con cui si è agito.
Due lauree, un master, Maurizia parla svariate lingue straniere, tra cui l’arabo. Non un dato trascurabile per chi lavora nell’area della immigrazione e mobilità internazionale. Maurizia, inoltre, dopo vari anni da precaria ha partecipato ad una cosiddetta un concorso. Siamo a giugno 2010. Partecipa e vince. Finalmente il tanto sospirato posto fisso sembra a portata di mano. Poi la doccia gelata. Arriva la convocazione del capo delle risorse umane,che le comunica che la sua vittoria è cancellata. Infatti, il decreto stabilità del 31 maggio 2010 sospende le assunzioni nel settore pubblico. Per “risarcirla” quindi, a novembre, alla scadenza dell’ennesimo contratto atipico, le offrono un rinnovo.
Insomma Maurizia in un meno di un anno passa dalla vittoria di un concorso al licenziamento in tronco. “Io ho mandato quella lettera proprio per tutelare la mia vittoria. Non potevo gettare tutto a mare.” Anche perché, dopo l’annullamento del suo concorso, almeno altre due persone sono state assunte a tempo indeterminato.
“Inoltre – ci racconta – io nella mia lettera di gennaio non avevo impugnato il contratto in corso, ma solo quelli precedenti, quindi il mio licenziamento era del tutto illegittimo, tanto che si sono scusati quando mi hanno chiesto di firmare la lettera di rientro”.
In questa Italia sembra che siano sempre i più deboli a pagare. Sono i lavoratori atipici che pagano l’arroganza della politica, sono i lavoratori immigrati già in difficoltà a subire i disservizi derivanti da un atto di ritorsione di una società che avrebbe come “mission” quella di aiutarli, e sono i contribuenti italiani a pagare per i disservizi di Italia(senza)lavoro.

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